Prima della seta, prima delle spezie, prima del tè, prima dell’oppio, c’era la resina. Una resina pallida, cerosa, agrodolce, che colava dalla corteccia ferita di un piccolo albero contorto, cresciuto in alcuni degli ambienti più inospitali della Terra. Per almeno cinquemila anni, questa sostanza è stata tra le merci più preziose del mondo antico, valutata, in alcuni momenti della storia, a prezzi vicini a quelli dell’oro. Ha finanziato regni, consacrato templi, imbalsamato faraoni e creato rotte commerciali che avrebbero plasmato la geografia politica del Medio Oriente per millenni. Ancora oggi viene bruciata in ogni cattedrale cattolica della Terra, viene commerciata nei souk di Salalah e viene estratta dalla stessa specie di albero con gli stessi metodi usati nell’Età del Bronzo. Il suo nome è incenso. La sua storia è la storia della più antica dipendenza della civiltà dal profumo.
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Le specie di Boswellia e la raccolta della resina sacra
L’incenso è la resina gommosa aromatica degli alberi del genere Boswellia, appartenente alla famiglia delle Burseraceae, che comprende anche la mirra. Esistono circa venti specie di Boswellia, ma il commercio dell’incenso ruota storicamente attorno a tre: Boswellia sacra, originaria della regione del Dhofar, nell’Oman meridionale, e di alcune zone dello Yemen; Boswellia carterii, diffusa in Somalia e nel Corno d’Africa; e Boswellia serrata, che cresce nelle foreste aride dell’India. Tra queste, la B. sacra è considerata la più pregiata e produce le lacrime verde pallido e bianco argenteo della varietà “Hojari”, che raggiungono i prezzi più elevati sul mercato globale. La B. carterii produce la maggior parte dell’incenso commerciale. La B. serrata, talvolta chiamata “incenso indiano”, è stata utilizzata più ampiamente nella medicina ayurvedica che nella profumeria o nella pratica liturgica.
La resina viene raccolta attraverso un processo chiamato incisione. Un raccoglitore pratica incisioni superficiali nella corteccia dell’albero usando uno strumento apposito; in Oman questo strumento si chiama mingaf. L’albero reagisce alla ferita emettendo una linfa bianca lattiginosa, un meccanismo di difesa analogo alla coagulazione del sangue. Nel corso di una o due settimane, questa linfa si indurisce nell’aria secca del deserto formando grumi traslucidi dalla forma irregolare, chiamati “lacrime”. Le lacrime vengono poi raccolte a mano, selezionate in base al colore e alla qualità e portate al mercato. Un singolo albero può essere inciso da due a tre volte l’anno, producendo alcuni chilogrammi di resina per stagione. La prima incisione della stagione produce una resina di qualità inferiore; le incisioni successive, una volta che l’albero è stato “aperto”, danno lacrime via via più fini.
Questo metodo non è cambiato in modo significativo dall’antichità. Plinio il Vecchio lo descrisse nella sua Storia naturale (Libro XII) nel I secolo. Teofrasto ne parlò nella sua Ricerca sulle piante tre secoli prima. Le prove archeologiche provenienti dal Dhofar suggeriscono che la raccolta organizzata dell’incenso fosse già in corso nel III millennio a.C., e forse anche prima. Gli alberi crescono in una stretta fascia ecologica: pendii calcarei in climi semi-aridi, spesso su terreni rocciosi con pochissima acqua, in regioni dove il monsone porta quel tanto di umidità necessario a sostenere la crescita. Questa specificità geografica è centrale nella storia dell’incenso. Gli alberi crescevano dove crescevano, e in nessun altro luogo. Se volevi la resina, dovevi andare alla fonte o pagare qualcuno che lo facesse. La stessa fatalità geografica governa il sandalo, un altro materiale il cui valore è inseparabile dal luogo in cui cresce.
La Via dell’Incenso precede la Via della Seta
La Via dell’Incenso è una delle più antiche reti commerciali della storia umana e fu costruita sull’incenso e sulla mirra. Precedendo di secoli la Via della Seta, questa rete di rotte terrestri e marittime collegava i centri di produzione dell’Arabia meridionale e del Corno d’Africa ai centri di consumo dell’Egitto, della Mesopotamia, del Levante e, infine, di Roma.
La rotta terrestre si sviluppava all’incirca così: dalle regioni di raccolta del Dhofar, carovane di cammelli trasportavano l’incenso verso nord-ovest attraverso la Penisola Arabica, passando per quelli che oggi sono lo Yemen e l’Hegiaz. Il viaggio copriva circa 2.400 chilometri e durava all’incirca due mesi. Le carovane si fermavano in una serie di insediamenti-oasi che crebbero fino a diventare città grazie a questo commercio, tra cui Shabwa, capitale del regno di Hadramawt, e più tardi la città nabatea di Petra, scavata nelle falesie di arenaria rossa dell’attuale Giordania. Da Petra, l’incenso raggiungeva Gaza, sulla costa mediterranea, e da lì viaggiava via mare verso l’Egitto e Roma, oppure via terra verso Damasco e la Mesopotamia.
La rotta marittima era altrettanto importante. L’incenso del Dhofar veniva imbarcato dall’antico porto di Qana (l’odierna Bir Ali, nello Yemen) attraverso il Mar Arabico verso i porti dell’India, dell’Africa orientale e, infine, del Mediterraneo passando per il Mar Rosso. La scoperta e lo sfruttamento dei venti monsonici, che permettevano di attraversare direttamente l’Oceano Indiano invece di seguire le coste, accelerarono enormemente questo commercio marittimo nel I secolo a.C.
La ricchezza generata dal commercio dell’incenso era sbalorditiva. I regni dell’Arabia meridionale (Saba, Hadramawt, Qataban e Ma'in) erano collettivamente noti ai Romani come “Arabia Felix”, l’Arabia Felice, per via della loro prosperità. Non erano entità politiche marginali. Costruivano architetture monumentali, mantenevano eserciti permanenti e controllavano il commercio attraverso una combinazione di forza militare e tassazione strategica. Ogni carico di incenso trasportato attraverso il loro territorio veniva tassato. Plinio, scrivendo nella Storia naturale (Libro XII), si lamentava amaramente dei costi: stimava che Roma importasse circa 1.500 tonnellate di incenso all’anno, a prezzi gonfiati dalle tasse, dai pedaggi e dai margini di ogni intermediario tra il Dhofar e il Tevere.
I Nabatei, che controllavano Petra e la sezione settentrionale della Via dell’Incenso all’incirca dal IV secolo a.C. al I secolo d.C., divennero favolosamente ricchi. Petra, quell’improbabile città di templi e tombe scolpiti nella roccia viva, fu finanziata dal commercio dell’incenso. Quando i Romani annetterono la Nabatea nel 106 d.C., acquisirono non solo un territorio, ma anche un punto di passaggio obbligato su una delle catene di approvvigionamento più redditizie del mondo antico.
L’incenso come tramite tra gli esseri umani e gli dèi
Perché l’incenso era così prezioso? La risposta è che svolgeva una funzione che nessun’altra sostanza poteva sostituire adeguatamente: era il tramite attraverso cui gli esseri umani comunicavano con i loro dèi.
Bruciare incenso è una delle pratiche rituali più antiche e universali. La logica è intuitiva e quasi universale tra le culture: il fumo sale. Il fumo ascende dunque verso i cieli, verso il regno divino. Il fumo profumato è un’offerta, un dono trasportato verso l’alto a poteri invisibili. Bruciare incenso crea un confine sensoriale tra il sacro e il profano, trasformando uno spazio ordinario in uno spazio consacrato. L’odore dell’incenso, in quasi tutte le culture che lo hanno utilizzato, è l’odore della preghiera resa materia.
Nell’antico Egitto, l’incenso veniva bruciato nei templi come offerta quotidiana a Ra e alle altre divinità. Era un ingrediente fondamentale del kyphi, il composto d’incenso sacro descritto nel Papiro Ebers e in altri testi. Veniva usato nell’imbalsamazione, non come conservante (quel ruolo spettava al natron e al bitume), ma per la purificazione rituale del corpo, come unzione finale prima del viaggio nell’aldilà. Gli Egizi lo chiamavano “il sudore degli dèi”.
Nella Bibbia ebraica, l’incenso compare ripetutamente. È uno dei quattro ingredienti dell’incenso sacro prescritto in Esodo 30:34-36, il ketoret che veniva bruciato sull’altare d’oro nel Tabernacolo e, in seguito, nel Tempio di Gerusalemme. È un elemento dell’offerta di cereali descritta nel Levitico. Compare, notoriamente, tra i tre doni portati dai Magi al neonato Gesù, insieme all’oro e alla mirra, un trio che il pubblico antico avrebbe interpretato come rappresentazione rispettivamente della regalità, della divinità e della morte.
Il cristianesimo ereditò l’uso liturgico dell’incenso dalle proprie radici ebraiche e lo ampliò. Nella pratica cattolica e ortodossa, l’incenso viene bruciato durante la messa, ai funerali, durante la Liturgia delle Ore, nelle benedizioni e durante la consacrazione di chiese e altari. Il turibolo, il brucia-incenso oscillante, è uno degli oggetti più riconoscibili del culto cristiano. Il fumo è inteso come simbolo delle preghiere dei fedeli che salgono a Dio, un’interpretazione tratta esplicitamente dal Salmo 141:2 e da Apocalisse 8:3-4. Questa pratica è proseguita senza interruzione per quasi duemila anni e consuma ancora oggi quantità significative di incenso. Il Vaticano resta uno dei maggiori acquirenti istituzionali al mondo di olibano dell’Oman.
Anche l’Islam attribuisce valore all’incenso. Il bakhoor, la combustione di resine e legni profumati, è una pratica diffusa in tutto il mondo arabo, associata all’ospitalità, alla purificazione e alla celebrazione. In diversi hadith si tramanda che il profeta Maometto raccomandasse di fumigare le case con l’incenso. Nelle moschee dell’Oman, dove la Boswellia sacra è autoctona, bruciare incenso locale durante la preghiera del venerdì è una tradizione ininterrotta da secoli.
Anche le tradizioni hindu e buddhiste usano l’incenso, sebbene in modo meno esclusivo rispetto alle fedi abramitiche. Nella medicina ayurvedica, la resina della Boswellia serrata, nota come shallaki, è stata usata per millenni per trattare le infiammazioni, un uso che la farmacologia moderna ha in parte confermato. Gli acidi boswellici, i composti attivi della resina, hanno dimostrato proprietà antinfiammatorie in studi clinici, in particolare nelle ricerche condotte da H.P.T. Ammon e colleghi all’Università di Tubinga negli anni Novanta, attraverso l’inibizione dell’enzima 5-lipossigenasi. Non è medicina popolare; è biochimica scoperta empiricamente tremila anni prima che l’enzima venisse identificato.
Una posizione unica nella tavolozza del profumiere
In profumeria, l’incenso occupa una posizione unica. È uno dei materiali aromatici più antichi ancora in uso continuativo e il suo profilo olfattivo non assomiglia a nient’altro nella tavolozza del profumiere. Il profumo dell’incenso è difficile da descrivere con precisione perché opera contemporaneamente su più registri: è resinoso e balsamico, ma anche agrumato e luminoso; fumoso e da chiesa, ma anche pulito e quasi mentolato; caldo e radicante, ma con una trasparenza inattesa che gli impedisce di diventare pesante. Possiede la rara qualità di essere al tempo stesso arcaico e moderno, ugualmente a suo agio in una cattedrale del XII secolo e in una composizione contemporanea.
La chimica alla base di questa complessità è ben caratterizzata. L’olio essenziale di incenso, ottenuto dalla distillazione in corrente di vapore della resina, contiene una miscela di monoterpeni (alfa-pinene, limonene, mircene), sesquiterpeni e composti ossigenati, tra cui incensolo e acetato di incensolo. I monoterpeni forniscono le note di testa luminose e agrumate. I composti più pesanti forniscono la base calda e resinosa. La nota fumosa che la maggior parte delle persone associa all’incenso deriva dai prodotti di pirolisi generati quando la resina viene bruciata. Questi sono diversi dai composti presenti nell’olio essenziale, motivo per cui l’olio d’incenso e il fumo d’incenso, pur essendo riconoscibilmente collegati, non hanno lo stesso odore.
L’acetato di incensolo ha suscitato un interesse scientifico particolare. Uno studio del 2008 condotto da Arieh Moussaieff e colleghi dell’Università Ebraica di Gerusalemme, pubblicato su The FASEB Journal, ha dimostrato che attiva i canali ionici TRPV3, producendo effetti ansiolitici e antidepressivi nei modelli animali. Questa scoperta suggerisce una base neurochimica per la qualità calmante e meditativa che gli esseri umani attribuiscono al fumo d’incenso da millenni. La resina non ha soltanto un odore sacro; potrebbe, attraverso uno specifico meccanismo molecolare, indurre uno stato mentale favorevole all’esperienza del sacro. È una sorprendente convergenza tra pratica rituale e farmacologia: cinquemila anni di uso religioso convalidati in una capsula di Petri.
Il commercio odierno dall’Oman al Somaliland
Oggi il commercio dell’incenso è una frazione di quello dell’antichità, ma non è trascurabile. L’Oman resta la fonte più prestigiosa, con la qualità Hojari del Dhofar che raggiunge, per le lacrime migliori, prezzi tra 50 e 150 dollari al chilogrammo: ben lontani dal suo peso in oro, ma ancora una coltura da reddito significativa per le comunità che la raccolgono. La Somalia e la regione semi-autonoma del Somaliland producono i volumi maggiori, gran parte dei quali viene esportata negli Stati del Golfo, in India e in Cina. Anche l’Etiopia è un importante produttore, soprattutto di resina di Boswellia papyrifera.
Ma le prospettive a lungo termine sono preoccupanti. Uno studio del 2019 condotto da Frans Bongers e colleghi dell’Università di Wageningen, pubblicato su Nature Sustainability, ha previsto che le popolazioni di Boswellia potrebbero diminuire del 50% nei prossimi vent’anni a causa di una combinazione di raccolta eccessiva, sovrapascolo del bestiame, incendi e compromissione della rigenerazione naturale. Gli alberi di Boswellia crescono lentamente e vivono a lungo, ma sono anche fragili. L’incisione eccessiva, cioè la raccolta troppo frequente della resina o la pratica di tagli troppo profondi, indebolisce l’albero, riduce la sua capacità di produrre semi e alla fine lo uccide. In molte regioni di raccolta, la pressione per massimizzare la resa a breve termine sta distruggendo la base stessa della risorsa.
Il problema è aggravato dalla cattiva gestione del territorio e dagli effetti del cambiamento climatico sulla stretta nicchia ecologica occupata dalla Boswellia. Questi alberi hanno bisogno di una combinazione specifica di altitudine, precipitazioni, chimica del suolo e temperatura. Con lo spostamento delle zone climatiche, l’habitat adatto si restringe. I giovani alberi non sostituiscono quelli vecchi a un ritmo sufficiente a mantenere la popolazione. In alcune zone dell’Etiopia, la rigenerazione è praticamente cessata: gli alberi rimasti sono vecchi, sfruttati intensamente e producono sempre meno semi vitali.
È più di un problema economico o ambientale. È una catastrofe culturale al rallentatore. Se le popolazioni di Boswellia crollassero, le catene di approvvigionamento che hanno collegato il Dhofar alle cattedrali di Roma, alle moschee di Mascate e ai templi di Varanasi per cinquemila anni verrebbero spezzate. Si interromperebbe un filo continuo della pratica umana, uno dei più lunghi nella storia della nostra specie. Il fumo smetterebbe di salire.
Un albero ferito che profuma di qualcosa di unico
La traiettoria di questa storia merita attenzione. Un albero ferito in un paesaggio ostile produce una sostanza per proteggersi. Gli esseri umani scoprono che, quando viene bruciata, questa sostanza produce un fumo che non odora di nient’altro, contemporaneamente terreno e ultraterreno, antico e immediato. Costruiscono rotte commerciali per procurarsela, regni per controllare quelle rotte, rituali per consacrarne l’uso. La trasportano attraverso i deserti sul dorso dei cammelli e attraverso gli oceani nelle stive dei dhow. La bruciano nei templi per comunicare con gli dèi, la strofinano nelle bende dei morti, la sciolgono negli unguenti per i vivi. Ne studiano le molecole e scoprono che agisce sul cervello in modi che corrispondono esattamente agli stati soggettivi descritti per cinquemila anni.
E ora, attraverso una combinazione di avidità e negligenza, rischiano di perderla completamente. Gli alberi che hanno resistito all’ascesa e alla caduta di Roma, alla diffusione dell’Islam, all’epoca del colonialismo europeo e agli sconvolgimenti del XX secolo potrebbero non sopravvivere al XXI. La Via dell’Incenso, che precede la Via della Seta, potrebbe raggiungere il suo capolinea non a Petra, Gaza o Roma, ma nel punto in cui l’ultima Boswellia sacra sfruttata eccessivamente lascia cadere la sua ultima lacrima di resina nell’indifferente aria del deserto.
L’incenso non è semplicemente una materia prima. È un artefatto del rapporto tra gli esseri umani e il mondo naturale, uno degli artefatti più antichi, duraturi e rivelatori che possediamo. Perderlo significherebbe perdere non soltanto un profumo, ma una conversazione lunga cinquemila anni tra la nostra specie e il sacro, trasportata verso l’alto su un filo di fumo.
Vedi anche: incenso nel glossario di Premiere Peau.
Vedi anche: il manuale di profumeria del IX secolo di al-Kindi
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